via francigena

Con la quarta tappa i pellegrini di Arance di Natale hanno raggiunto Bolsena. Spetta loro, ormai, solo più una fatica per raggiungere la meta. L’ultima tappa con arrivo a Roma è prevista dal 28 settembre al 6 ottobre 2019.
Nell’attesa dei dettagli sulla programmazione di tale incontro, pubblichiamo uno scritto che casualmente abbiamo trovato. Si tratterebbe di una lettera inviata da un pellegrino medievale alla madre, scritta in antico franco-provenzale e poi tradotta in italiano. Pur non avendo nessuna indicazione e certezza della sua autenticità, ci pare comunque degna di interesse perché è anche il racconto del nostro Cammino.

 

Cara madre,
sono lieto di apprendere dal vostro messaggero che siete in buona salute, lo sono anch’io e concedetemi la gioia di narrarvi del mio viaggio. Sono ormai trascorsi due anni da quando lasciai la nostra cittadina sulle Alpi di Francia per avventurarmi in pellegrinaggio alla tomba di San Pietro a Roma e forse, quando questa mia missiva vi giungerà, io avrò finalmente conquistato la meta. La strada ci riservò subito la salita al Passo del Montgenevre attraversato il quale intraprendemmo la successiva discesa, prima lungo una stretta gola per il Cammino di San Gervasio poi per una vallata che ci ha condotti alla frontiera con l’Italia, nei pressi della bella e ricca Segusia che dà il nome a tutta la valle. Percorrendola si raggiunge con la Via Domitia la città di Taurinum. In questo tratto del cammino è stato facile comunicare con gli abitanti del luogo perché la loro lingua è molto simile alla nostra, così abbiamo saputo, dai loro racconti, che per un tratto stavamo calpestando la terra delle chiuse aggirate dal nostro Re Carlo per sconfiggere il sovrano longobardo Desiderio nella ben nota battaglia, oppure la storia del monastero dedicato a San Michele sulla cima del Monte Pirchiriano, fatto costruire in quel luogo su indicazione degli Angeli per volere divino. Non siamo quasi mai soli a camminare, ci accompagniamo spesso ad altri pellegrini - alcuni dei quali desiderosi di unirsi ai Crociati per liberare la Terrasanta - o a mercanti che percorrono la stessa nostra strada, ed è un bene, perché così ci aiutiamo a vicenda per superare le difficoltà del viaggio. Come quando, nei pressi della località di Malpasso siamo stati aggrediti dai briganti. Fortunatamente siamo sfuggiti loro, grazie anche all’aiuto dell’ospitaliere della vicina Cascina Roland, che oltre a rifocillarci ci ha poi mostrato una roccia spezzata dalla Durlindana del famoso Paladino di Re Carlo. Taurinum poi val bene una sosta, sia per la bellezza della città che rivela ancora tracce della sua origine romana, sia per i fiorenti commerci favoriti dalla ricchezza e molteplicità delle merci giunte dalla costa orientale col grande fiume navigabile che l’attraversa. Proprio questo fiume, chiamato Padus, è stato la guida che abbiamo seguito nel nostro cammino attraverso una vasta pianura cui le montagne lontane facevano da cornice. Il territorio è selvaggio, caratterizzato da boschi e paludi, ma è possibile trovare ospitalità presso le abbazie dei monaci cistercensi il cui maggior impegno lavorativo risulta essere quello della bonifica del territorio e io credo che fra qualche anno il loro lavoro ci restituirà una terra coltivabile e fertile. In una di queste abbazie, nei pressi di Mortis Ara (Mortara), sono conservate le salme dei santi Amico e Amelio, morti nella cruenta battaglia tra le schiere di Re Carlo e quelle dei Longobardi, che lasciò sul campo migliaia di vittime da entrambe le parti. Giunti nelle vicinanze di Placenzia siamo stati costretti a navigare sul grande fiume per attraversarlo e dirigerci verso sud. Con timore abbiamo effettuato il transitum Padi salendo, uomini e cavalli, sull’imbarcazione di un amabile traghettatore che, contrariamente alle nostre funeste previsioni, ci ha fatti approdare tutti sani e salvi sull’altra sponda. Lasciata Placenzia, abbiamo camminato ancora per un po’ per un territorio pianeggiante, fertile del lavoro dei monaci benedettini e trovando ospitalità presso le loro abbazie, ma già intravvedevamo nella nostra direzione di marcia l’orizzonte chiuso dai monti che presumibilmente avremmo dovuto attraversare. Ci siamo così avventurati lungo la strada che i Longobardi utilizzavano per raggiungere i loro territori più a sud evitando le strade romane, o perché cadute in disuso o perché presidiate dai soldati loro nemici dell’esercito del Papa. Il cammino ci ha così condotto ad affrontare un’impegnativa salita per superare il passo di Monte Bardone (Passo della Cisa), compensata dalla gradevole discesa per raggiungere la costa del mare Nostrum (Tirreno) dove abbiamo sostato presso le rovine dell’antica città romana di Lune. Ma questa è stata l’ultima fatica a noi destinata perché dopo tali zone montuose la terra si è fatta collinosa. Qui la vegetazione alterna il bosco alle coltivazioni della vite e dell’olivo, gli abitanti del luogo parlano una lingua diversa dalla nostra, ma grazie agli insegnamenti del mio saggio precettore riesco a comunicare con alcuni di loro utilizzando il latino, lingua conosciuta soprattutto dagli ecclesiastici che sono spesso anche i nostri ospitalieri nelle numerose pievi disseminate sul territorio. Abbiamo soggiornato, condividendo il piacere dell’accoglienza con altri pellegrini, nelle città di Apua (Pontremoli), Surano, Petra Sancta (Pietrasanta) e Luca, dove abbiamo avuto una prima ricompensa delle nostre fatiche con la contemplazione dell’immagine miracolosa del Volto Santo di Cristo crocefisso. Mia cara madre, il cammino di questi due anni mi ha molto cambiato, sia nell’aspetto fisico – appaio più magro e canuto – sia in quello spirituale, grazie alle esperienze vissute con i miei occasionali compagni di viaggio. Come all’Abbazia di San Salvatore a Borgonuovo (Abbadia Isola) dove il buon Abate ci ha fatti accompagnare per la strada impervia e paludosa che conduce a Camminata (Monteriggioni) da alcuni virtuosi frati con i quali abbiamo condiviso sia le preghiere e la meditazione sia il loro pane e cacio. Nel silenzio del cammino ho lasciato andare i miei pensieri ascoltando di più il mio cuore e ho imparato come attraverso piccoli gesti e la comunione di esperienze le persone possono scambiarsi energia positiva. Ad Acqua Pendente poi, per la festa della Madonna del Fiore, gli abitanti hanno il costume di approntare grandi pannelli da portare in processione fatti con petali di fiori, foglie e frammenti di corteccia. Ci siamo uniti a loro, nella notte precedente, per la preparazione. La pioggia, il vento e il freddo non ci hanno fermato e insieme con i giovani della città abbiamo contribuito a perpetuare tale pregevole testimonianza di fede che si è conclusa nella Cattedrale dove si trova una ricostruzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, saccello della reliquia del martirio di Cristo. La festività ricorda il miracolo avvenuto nel 1160 quando un vecchio ciliegio secco e improduttivo tornò a fiorire dando ai cittadini il coraggio di ribellarsi e vincere, armati solo di “pugnaloni”, l’odiato tiranno luogotenente del Barbarossa. Ora mi trovo a Volseno (Bolsena) presso un lago, città in cui avvenne il miracolo eucaristico di cui essa porta ancora la testimonianza concreta, ma domani riprenderò il cammino. Da alcuni viaggiatori di ritorno da Roma, incontrati nello stesso ospitale in cui ho trovato accoglienza, ho appreso che non siamo più molto lontani. La strada si svolge su dolci colline toccando le città di Viterbium, Capranica, Sutri, Formello, La Storta per giungere infine alla meta. Quando finalmente sarò al cospetto del Santo Padre, non mi dimenticherò di implorare preghiere anche per voi che mi avete tanto incoraggiato e sostenuto nella decisione di intraprendere tale pellegrinaggio.
Nell’attesa di riabbracciarvi al ritorno a casa, il vostro adorato figlio vi augura pace e serenità.

Volseno A.D. MCCXIX

 

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